Scienza medica e Spirito degli Alberi

di Hubert Boesch

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Parlando nei termini della medicina ufficiale non si può dire che lo Spirito degli Alberi aiuti nella cura di un DISTURBO. Non diremo che, per fare un esempio, lo Spirito della Quercia aiuti a curare l’anoressia. Noi diciamo che l’intervento di rimedi come lo Spirito degli Alberi è utile per CHI soffre di anoressia. La differenza è sostanziale e denota la diversità di approccio tra medicina ufficiale e medicine vibrazionali di cui fanno parte l’omeopatia, i Fiori di Bach e anche lo Spirito degli Alberi.
La medicina ufficiale cura esclusivamente il corpo fisico, anzi considera l’organismo umano solo un accumulo di molecole che interagiscono tra di loro tramite processi chimici. E’ un modo di vedere il mondo, e di conseguenza anche la salute, che porta il vantaggio di semplificare i processi vitali. Ma proprio questa semplificazione dimostra sempre di più i suoi limiti. Mentre ha indubbiamente avuto successo nel combattere le malattie infettive (aiutata non di poco anche dalle migliori condizioni igieniche e nutritive) si dimostra piuttosto incapace di risolvere problemi legati alla sfera emotiva e psichica, per non parlare di tumori, malattie autoimmuni e così via.
In pratica, le persone si ammalano meno di malattie infettive ma si ammalano di più di tutta una serie di disturbi che fino a qualche decennio fa erano molto rari. Perciò sembra che la medicina ufficiale abbia solo spostato il malessere del genere umano da malattie infettive a disturbi psichici, tumori, problemi cardiovascolari, per citarne solo alcuni. Basta guardare quante persone sono condannate a prendere per tutta la vita farmaci con il rischio di frequenti disturbi iatrogeni. Circa la metà degli over 60 prende almeno 5 farmaci al giorno. Una persona curiosa dovrebbe chiedersi se l’approccio della medicina ufficiale sia l’unico possibile o se non ce ne possano essere di più utili alla salute pubblica.
La nostra ricerca verte su di una prospettiva in cui oltre la materia esiste ed opera anche l’energia vitale e l’anima in ogni cosa vivente. Ci piace pensare a una evoluzione individuale e collettiva non casuale, ma con uno scopo. Da questo punto di vista le malattie possono essere viste come “avvertimento” che cerca di dire che abbiamo bisogno di cambiare qualcosa nella vita. Potremmo avere solo bisogno di riposare per qualche giorno, oppure di cambiare un atteggiamento, un comportamento, ma forse anche la visione del mondo. Spingendo questa visione ancora più in là, arriveremmo a considerare la malattia come il segno di un blocco nella nostra evoluzione. Perciò la malattia diventa uno strumento per cambiare atteggiamenti e comportamenti inadeguati o dannosi e progredire nell’evoluzione. Dove riusciamo a realizzare questa capacità di adattarci con mutevolezza e armonia a ciò che ci fa crescere, come individui e come specie, anche le malattie tendono a rarefarsi.
Potremmo quindi dire che lo Spirito della Quercia è utile a chi soffre di anoressia perché aiuta a vivere in modo equilibrato l’esistenza fisica. Nell’anoressia abbiamo un rifiuto di alcuni aspetti della fisicità del nostro corpo. Se con l’aiuto della Quercia impariamo a vivere gli aspetti materiali della vita in modo equilibrato, a stare con i piedi per terra e a ritrovare l’istinto di sopravvivenza (queste sono le virtù e i messaggi di questa possente pianta), l’anoressia non trova più spazio.
Qualcuno dirà che tutto questo non è scientifico. Dipende da cosa si intende con scientifico. Naturalmente è incompatibile con il monoteismo scientifico che non accetta altri punti di vista ed è purtroppo diventato religione di stato. La storia insegna che proprio a livello scientifico quello che in un determinato momento è considerata la verità facilmente dopo un certo lasso di tempo diventa una sciocchezza. Perciò attenzione a qualunque dogma, anche scientifico.
Guardando senza paraocchi si potrebbe anche dire che la medicina ufficiale in fondo è meno scientifica di alcune discipline chiamate dai loro sostenitori pseudoscientifiche. Prendiamo come esempio l’effetto medicamentoso di una sostanza:
la medicina ufficiale non riesce a prevedere l’effetto di una sostanza medicamentosa e tanto meno i suoi effetti collaterali e ha bisogno di numerose cavie animali e umane e calcoli statistici (che sono facilmente manipolabili) per stabilire gli effetti di una sostanza. E spesso, solo dopo diversi anni di utilizzo, si scoprono effetti indesiderati molto gravi(vedi Vioxx).
Invece, in omeopatia, per conoscere tutti gli effetti di una sostanza basta il prooving di poche persone. Praticamente queste persone assumono il rimedio ripetutamente finché non si sviluppano i sintomi che quella sostanza può curare. Tutto senza alcun effetto negativo sulla persona che fa la sperimentazione, anzi generalmente con un effetto positivo sullo stato di salute.
Per scoprire a cosa serve lo Spirito di un albero noi facciamo una sperimentazione simile a quella omeopatica e questo ci permette di capire quale qualità trasmette lo Spirito.

Malattia e salute: come il letame con le rose

di Salvatore Satanassi – naturopata

La malattia è l’espressione di una disarmonia e la guarigione è la comprensione di questa disarmonia con il conseguente adeguamento al nuovo. Purtroppo però più l’umanità si sforza nel combattere la malattia più questa si afferma. Non è il solo combattere che fa vincere.
Se abbiamo fiducia nella Natura, come possiamo temere la malattia? Essa è una via, per conoscerci o per spronarci nell’avanzare, per fluire e scardinare la staticità.

Per prima cosa dovremmo imparare a non ostacolarla e darle priorità, quindi dedicarle riposo, una dieta appropriata, assaporarla in ogni suo sintomo, che è sintomo di vita, compreso il dolore che è una delle emozioni più forti e il richiamo di una forte attenzione sul corpo, quella tuttavia necessaria alla guarigione. Purtroppo i tempi che a volte richiederebbe la malattia non sono quelli che noi possiamo concederci ma è proprio questo che ci separa dalla nostra natura e crea le basi per lo squilibrio.

Nell’omeopatia il peggioramento iniziale è come la via per portare i nodi al pettine. Questo peggioramento simboleggia proprio l’andarle incontro, quindi accettarla per andare oltre, attraversarla. Peccato che il peggioramento spaventi chi non coglie il bene che c’è nei sintomi. Parlo di bene nello stesso modo con cui una pianta di rose vedrebbe bene il letame cosparso vicino a lei (senza seppellirla però!). Certo, puzza, e non si presenta bene, ma presto questo sarà ciò che permetterà una bella fioritura. Come dire che per avere il bene serve il male o comunque c’è anche questa possibilità.

In effetti queste due parti sono in stretta relazione, cioè per avere il bene si ottiene male: vaccini, cure, educazioni al fumo, alla dieta, campagne preventive… eppure la gente è sempre più cagionevole! A che pro accanirci per avere la salute se i risultati sono opposti? Questo lo dicono le statistiche.
La malattia rappresenta il confine a ciò che abbiamo nascosto a noi stessi, l’altra faccia della medaglia, la parte oscura di noi che non vorremmo mai incontrare. Più neghiamo a noi questa parte e più compare con forza. Curiamo la nostra parte aerea senza renderci conto che sotto crescono anche delle radici di cui non ci curiamo, fino a vedere un giorno che la strada vicino alla pianta si incurva. Chi si immaginava che le radici arrivassero a fare tutto questo?

Polarità
Tutto ciò verso cui tendiamo, inevitabilmente nutre anche l’opposto. Se si potesse ridurre la velocità di rotazione della terra per aumentare le ore di luce aumenterebbero comunque anche le ore della notte, cioè non si può mai ottenere un puro risultato univoco.
Grandi operatori di pace ed amore sono rimasti vittime della violenza, come pareggio per la unilateralità che hanno seguito. Gesù promulga l’amore, ma dice di amare gli altri come se stessi: un lungimirante esempio di equilibrio che afferma una sintesi nell’unità. La nostra realtà è duale mentre quella che vi si contrappone fa parte dell’Unità che è in un altro regno, in un altra realtà.
Vorrei rassicurare sul fatto che la malattia serve a mantenere il piatto della bilancia in equilibrio, è l’adattamento che impedisce la morte, la unilateralità. In un piatto c’è ciò che vogliamo e nell’altro c’è ciò che non vogliamo o che non riconosciamo in noi e di noi ma che esiste ed emerge con più forza quanto più noi lo neghiamo.
Gesù non ha sconfitto il diavolo, semplicemente lo ha incontrato ed è stato tentato, quindi ha preso consapevolezza del suo potenziale lato oscuro, che esiste per natura, poi ovviamente ha saputo scegliere per il bene, ma per riscattare l’eccessivo lato oscuro dell’umanità ha dovuto bilanciare “subendo” la morte, il tradimento, il rinnegamento, e quindi attraverso il suo sacrificio (che seppure per il bene si esprime attraverso il male), perché solo in questo modo le cose possono convivere sulla Terra. Anche i Santi con tutto il bene che fanno incontrano difficoltà di vario genere o una salute poco stabile perché vengono inseguiti dal loro contropolo.

Giudica e sarai ammalato
Tutti i grandi maestri hanno insegnato a non giudicare, quindi non giudichiamo anche la malattia, non giudichiamo i nostri stati d’animo e le nostre emozioni, e tuttalpiù limitiamoci a prendere atto che esistono dei lati contrapposti. Un buon esercizio per compensare la bilancia è perseguire ciò che crediamo come bene, e ricordare che anche fare l’esatto contrario è concepibile (Osho si esprime molto tramite le contraddizioni); questo serve a portare luce nell’ombra e far appacificare le due parti, ridurre la tensione tra loro.
Il lato oscuro che è l’inconscio non racchiude per forza solo il male ma anche delle nostre qualità buone non riconosciute, quindi vale la pena andargli incontro.

Abbraccia la vita
La malattia racchiude sempre un simbolo che deve essere consapevolizzato ed accettato.
Quindi l’accettazione è un esercizio importante per tutti noi perché è uno degli elementi per giungere alla guarigione specie in questa società spostata sull’aggressività (polo contrapposto dell’accettazione). Non possiamo non riconoscere che tutto il dolore che ci circonda in questa epoca tragga origine dalla non accettazione (che è la negazione del polo femminile).
Se abbiamo la possibilità di vivere un evento sgradevole, abbiamo contemporaneamente la possibilità di trovare la controparte che serve ad accettarlo e riportare l’equilibrio (come l’azione dei fiori di Bach).
Quando pensiamo di non farcela, una sorta di resistere all’accettazione, è lì che proviamo gli effetti dello squilibrio e di massima tensione ed è li che può radicarsi la nuova comprensione.
Anche chi vive il proprio lato oscuro come fosse l’unico, alla fine per bilanciare cambia e passa all’altra parte, come ad esempio San Paolo di Tarso, i pentiti, o le persone che hanno provato tutto ed ad un certo punto “mettono la testa a posto” .

Questo in fondo è buono, cioè è giusto sbagliare se serve a mettersi in cammino per poi tornare come fece il figliol prodigo, mentre chi non si è mai allontanato non riceve lo stesso trattamento. Come dire: chi non risica non rosica.
Come trasformo la malattia in opportunità? Intanto amandola come si amerebbe un figlio, una parte di sé, che sia buona o cattiva; domandandosi quale simbolo evoca un certo tipo di sofferenza ed a quale parte di se stessi potrebbe contrapporsi. Ad esempio se ci si accorge che la mente corre significa che bilancia un non fare materialmente le azioni a cui si aspira. Oppure una cistite potrebbe compensare una zavorra che ci si sente addosso e da cui si sfugge o che non si sa lasciar andare (poi ogni simbolo va ricollocato su una situazione specifica).

Quando arriva la febbre dovremmo essere contenti: intanto dalle statistiche sembra che per gli anziani che fanno un’ influenza all’anno ci sia un minore rischio di infarto per quell’anno, inoltre il sintomo segna un momento di bilanciamento tra le nostre due parti e sarebbe importante sfogarlo naturalmente o solo con rimedi che non blocchino la reattività dell’organismo, sennò si vanifica l’intelligenza del corpo e si postpone un carico maggiore per il futuro.
Tra le materie da insegnare dovrebbe esserci anche la lettura dei simboli e dei sogni, utili specchi e compensatori di cosa bolle in pentola (a pressione!).
Ora non si può fare di tutta l’erba un fascio, però la malattia ha in sé un potenziale di crescita personale, anche per chi ci sta vicino, e se si imparasse ed essere moderati e capaci di vedere il lato opposto delle cose la vita ci strattonerebbe di meno e potremmo comunque perseguire nel fare il bene, ma in maniera più oculata, oppure coerenti col fatto che a volte stiamo offrendo la nostra vita per gli altri.
Il bello di lavorare con le piante è che queste non avvelenano e sono vive, e nel contempo aiutano la persona ad arrivare a comprendere meglio i simboli della propria malattia perché ogni pianta ha un simbolismo profondo che Paracelso chiamava “signatura rerum” che interagisce appunto con le cause simboliche della malattia mentre il farmaco blocca questo aspetto e può essere utile tuttalpiù per modulare o prendere tempo ma non per guarire a questi livelli profondi (tranne per effetto placebo dello stesso).

Aver a cuore la vita dovrebbe aiutarci a comprenderne il mistero che cela ma tutta la confusione in cui siamo immersi ci allontana dal cogliere i simboli e dalla semplice osservazione della realtà, catapultandoci in un mondo ingiusto ed ostile. Se il leone mangia la gazzella non c’è il male ma c’è solo il chiudersi di un equilibrio che non si assolutizza in quell’atto ma in un equilibrio di un macrocosmo, uguale al microcosmo di un organismo vivente o di una singola cellula. Per cui guardando tutto il contesto non vince il più forte ma vince l’equilibrio, che scaturisce tra forza e cooperazione. Quel leone è come un globulo bianco che riduce la presenza di batteri nell’organismo. Se sapessimo accogliere la vita in toto non esisterebbe più la malattia perché sapremmo riconoscere in ogni evento il fluire invece dello sbarramento e saremmo interessati dai simboli più che dai sintomi.
Il termine “malattia” dal dizionario Treccani viene interpretato come deviazione, ed è proprio il deviare, il cambiare, che comporta lo sforzo antipatico all’essere umano e che rimandato assume dei connotati sempre più importanti per meritare l’adeguata attenzione. È per questo che siamo noi i responsabili della nostra salute e dare colpe all’esterno non risolverà mai nulla.
Per questo Bach ha messo a disposizione 38 fiori che evocano 38 simboli o archetipi, ciascuno utile a percepire una determinata consapevolezza e quindi una guarigione.
L’amore non è scegliere cosa amare ma è rivolto a tutto, all’intera esistenza, compresa la malattia e questo aprirsi a tutto non può che riunire nella completezza dell’essere che realmente siamo e perché avvenga questo serve la libertà che scaturisce come nelle fiabe (simboli archetipici) attraverso la deviazione (il ribellarsi al re, alla strega, ecc) che comporta il superamento delle prove e che condurrà poi tutti al : “e vissero felici e contenti”.

Curare gli animali: medicine amare o dolci terapie?

di David Satanassi – Medico veterinario, omeopata, bioeticista.

Prima di intraprendere una scelta sul tipo di approccio nell’ambito delle cure animali, è forse doveroso e necessario affrontare alcune profonde considerazioni, risalendo la china del significato e del rapporto individuo/malattia.
Agli albori, la storia della terapia nasce da un senso di incompletezza che l’individuo tende a manifestare per riprendere il proprio cammino darwiniano di adeguamento e idoneità al modello di specie cui appartiene. 
In questo processo, tale incompletezza incombe ad ogni “inerzia egotica,” cioè in ogni stagnazione nella quale un soggetto cade e si sofferma come in un sonno narcisistico, dal quale non voglia svegliarsi ma che addirittura proclami come nuovo stato di realtà: ecco il sorgere della malattia cronica.
La nascita della terapia, detta letteralmente “faccio con cura”, implica un terapeuta, un mezzo ed un ricevente, cioè il malato.
Se la salute fosse un valore prossimo a cento, la prevenzione a lungo termine sarebbe “un falso d’autore”; potrebbe cioè implementare l’atteggiamento teso al suo mantenimento ma non rendere la salute maggiore di quel valore totale. La malattia acuta è sostanzialmente il frutto di un errare contrario la cui prevenzione è l’intuizione e la cura a lungo termine è l’esperienza.
L’esperienza crea il racconto, per cui nelle specie sociali questa può avere una finalità legata alla condivisione e allora la terapia diviene davvero il mezzo per estendere un “grooming” di specie.
Emerge così una medicina per l’acuto ed una per le specie sociali e per le specie individualiste ove ogni mezzo terapeutico è essenzialmente deposto nella propria auto guarigione, e per queste ultime      il margine terapeutico è più esiguo. 
Per dare del “malato” a qualcuno, uomo o animale che sia, occorre una conoscenza ed il terapeuta è colui che è in grado di recepire, accogliere e trasmutare la malattia. Per non trasformarsi in una sorta di esorcista, il terapeuta deve aspettare con saggezza che il malato raggiunga quell’umiltà che lo renda tale, quindi passibile di aiuto e somministrazione.
Le cure sono infinite ma ogni malato necessita della propria, come espressione e funzione delle peculiarità individuali, così come ogni frutto di una stessa pianta risulta essere diverso.
Quindi un malato acuto temerà il dolore, ma è per il malato cronico che si richiede una terapia particolarmente individualizzata tanto più quanto la malattia, entrando a far parte di esso, si sarà deformata in base a quel preciso umore.
Mentre la specie umana, attraverso il libero arbitrio, può scegliere la terapia con una conoscenza che la possa ricondurre al proprio sé, diverso è l’approccio del terapeuta nei confronti del paziente muto ma sopratutto senza peccato, cioè l’animale.
Il libero arbitrio contraddistingue nell’uomo la possibilità di errare e redimersi: pena, un passaggio di espiazione connotato da un mezzo terapeutico che é il monito di qualcosa di cruento, cioè la medicina amara.
E’ da questa sintesi estrema che la terapia nasce con un peccato all’origine, cioè quello di indurre la guarigione attraverso la consapevolezza della colpa comminata all’uomo resosi cosciente e per questo libero.
Questa tragica consapevolezza ha connotato il cammino della terapia, nel percorso storico e culturale dell’uomo, sempre basata sulla espiazione della malattia con un atto purificatorio a carattere esorcistico/sacrificale.
La sacrificalità trova estrema rappresentazione nel figlio di Dio che “toglie i peccati del mondo” attraverso la propria espiazione per purificare l’uomo. Qui è esemplare come il male sia il mezzo emozionale e spettacolare per descrivere la colpa innata sulla quale infliggere la terapia.
La “medicina amara” per questo, è stata scelta dall’uomo come unico mezzo per indurre nel malato (“malum agere”, cioè colui che soffermandosi mette in discussione il comune percorso), una possibilità di “recupero del branco” attraverso la  guarigione (“messo a riparo”).
Da Hippocrate ad Hamer, la terapia incontra il genio illuminato di Hannemann, che per primo avverte la necessità di sovvertire questo ordine togliendo la tossicità e il connotato sacrificale alla terapia, sublimando la parte curativa dal veleno in cura. Ciò avviene attraverso un passaggio simil alchemico della cura stessa, diluendola e “succuotendola”, cioè arricchendola di energia cosmica ed entrando in quella che la relatività esporrà come l’ ”inversione dell’energia rispetto alla materia”.
Questa trasmutazione della medicina amara in medicina dolce è il più importante passaggio filosofico e metodologico nell’abbattimento del paradigma espiatorio e nel recupero di quella purezza che deve avvenire senza sacrificio ma come uno stato di maggior consapevolezza attraverso un mezzo propiziatorio, possibilistico, inducendo nella guarigione il carattere di una scelta.
Il mezzo velenifero, ovvero la terapia soppressiva, distoglie il malato dall’osservazione riportandolo unicamente ad una condizione di necessità e coercizione; in questo caso lo stato di abbandono di un presupposto patologico non viene mai accolto come possibilistico.
Si fugge solamente da dove l’incendio divampa, così è distrutta la casa e il salto procura fratture irreparabili: la coscienza non cambia e la medicina amara rende malevolo anche colui che la destreggia, il terapeuta, che diviene il boia e la malattia resa inguaribile.
Con queste premesse, la scelta terapeutica in ambito animale è assai delicata, considerando che il soggetto in questione è “muto”, privo di “colpa”, con una connaturata sanità/vitalità, una proverbiale forza e strenua reattività… Quale sarebbe dunque la medicina più giusta, più eticamente adeguata, filologicamente vicina al suo volere di creatura più prossima alla perfezione originaria, al cominciamento?
Qualora il condizionamento non prefigga nessuna via di fuga, quale potrà essere la terapia adeguata  per un animale che non chiede una terapia, non vuole e mal tollera veleni, non necessita di contaminazioni poiché il suo terreno è più puro; che non teme la morte e il dolore in quanto ha meno vita ma più vitalità?
Quale sarà il suo volere muto o il suo non volere? E ancora: esiste un obbligo morale nella terapia? Quale sia il suo percorso ontologico e la sua dignità, come possiamo pensare che necessiti della terapia soppressiva?
Sarebbe una mancanza di umiltà dell’uomo considerare tutto, animali compresi, a “sua immagine e somiglianza”, omologando ancora una volta nel suo specchio antropocentrico ogni alterità biologica.
Il dolore, massima espressione emotiva di reazione resa e tradotta da sintomo a malattia, costituisce il più grave danno nell’interpretazione semiotica della malattia: la morte non è vissuta come un dramma poichè l’animale è troppo intento a vivere per interessarsene e l’angoscia non è mai di tipo esistenziale, ma vissuta semmai in seno all’attività coercitiva dell’uomo sull’animale stesso. 
Come il dio cristiano si è fatto uomo per essere compreso, così l’uomo dovrebbe farsi animale e cercare in quegli ambiti emotivi quale possa essere il suo volere muto. Solo in quella dignità  scoprirà la maggior forza e “l’incontaminatezza”!. Correggere la natura, significa invece giudicarla imperfetta.
E’ per questi fondamentali motivi etici, filosofici e morali, che la terapia convenzionale è giudicabile non adeguata alle necessità animali e per questo vanno condannati tutti i trattamenti soppressivi e aventi carattere di contaminazione. Calzante in tal senso l’esempio dell’uso dello psicofarmaco, che oltre alla personalità toglie ogni connotato di istintiva natura a favore di una nuova identità farmaco-indotta come trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.)
La medicina non convenzionale quindi è e deve essere la scelta prioritaria per ogni approccio terapeutico, ricordando come essa si avvalga della decontaminazione del farmaco. Privato infatti della sua velenosità, attraverso l’estensione hannemaniana al concetto di purezza non sacrificale, la medicina non convenzionale trova nelle miscele e nelle diluizioni il mezzo più prossimo all’origine, negli estratti vegetali ciò che in natura è già a disposizione degli animali stessi, nell’essenza (come essenzialità) e nell’alcool come “spirito”, ciò che di più vero e minimo indispensabile esista, evitando di cadere nella presunzione di un trattamento obbligatorio o nella contaminazione di un vaccino non vagliato dalle vie naturali, ma potremmo dire inflitto tramite un’azione invasiva e adiuvata.
Perciò, alcune delle cure naturali e medicine alternative (fitoterapia, omeopatia, floriterapia, agopuntura) per la scarsa o nulla tossicità, per la loro natura estrattiva e non sintetica, per la loro via di somministrazione, per la sperimentazione incruenta, rappresentano il punto di riflessione per un nuovo approccio alle terapie all’animale, estrinsecando una filosofia zooantropologica che reietti l’antropocentrismo più austero e totalizzante, a favore di una nuova e cosciente ecofarmacologia.

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Pandemia 4 – la rivincita

Di questi giorni la notizia che due gruppi di “scienziati”, uno in Olanda e l’altro negli Stati Uniti, hanno creato un nuovo virus influenzale che questa volta sembra essere veramente in grado di causare una pandemia, almeno a quanto risulta dai test effettuati sui furetti. E qui mi si gela il sangue! L’ultima volta che ho sentito parlare di test su furetti era quasi tre anni fa, quando in un laboratorio della Repubblica Ceca sono morti i furetti perché la multinazionale Baxter aveva inviato campioni del virus stagionale inquinati da un ceppo del famoso virus pandemico H5N1.
Ora, “per migliorare la salute pubblica e la sicurezza”, questi pazzi che si fanno chiamare scienziati, hanno sviluppato un metodo per creare nuovi ceppi del virus pandemico e già che c’erano hanno creato un ceppo che secondo loro sarebbe in grado di causare la tanto attesa pandemia.
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Prodotti erboristici vietati?

Dopo un anno di pausa riprendiamo finalmente le pubblicazioni su remediablog che offre uno spazio per parlare e discutere di temi che riguardono la salute, l’ambiente, la Natura.

Prodotti erboristici vietati?

Nelle ultime settimane sono apparse su web e mass media articoli che parlano di una Direttiva Europea che renderebbe illegale i preparati a base di erbe. Notizie che hanno destato notevoli preoccupazioni e perciò ci sembra opportuno dare informazioni più precise a riguardo.

Il Parlamento Europeo il 31/3/2004 ha emanato la Direttiva 2004/24/CE riguardante i cosiddetti Medicinali Vegetali Tradizionali, cioè medicinali a base di erbe. La norma prevede una registrazione semplificata per i medicinali a base di erbe che hanno un uso tradizionale almeno trentennale nella CE. Come termine ultimo per la piena entrata in vigore è stato fissato l’aprile 2011.

Come al solito nel nostro Paese ci siamo accorti tardivamente di questa Direttiva che è stata recepita con il D.L. 219/2006 più di 4 anni fa. L’obbiettivo del legislatore europeo era di permettere di registrare prodotti a base di erbe come medicinali anche in assenza di costosissime prove scientifiche sull’efficacia e sulla sicurezza. In altre parole la direttiva dice: se un preparato a base di erbe è stato usato da almeno 30 anni senza che siano stati notati gravi effetti collaterali si presume che sia efficace e sicuro. Di per sé una buona idea perché si parte comunque da una sperimentazione sicuramente più attendibile di quelle che attuano le case farmaceutiche per dimostrare l’efficacia e la sicurezza dei farmaci di sintesi.

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Influenza suina – cosa fare ?

Ultimamente numerose persone ci chiedono consigli su cosa fare per l’influenza suina. Prima di dare qualsiasi consiglio, che rappresenterà comunque una mia opinione personale, vorrei farvi avere qualche informazione in più sulla “pandemia” in atto perché alla fine ognuno deve decidere per se stesso cosa fare e solo chi ha le informazioni necessarie è in grado di prendere la decisione migliore.

Tanto si è detto e scritto sull’influenza suina in questi mesi e qualcuno è addirittura arrivato a ipotizzare vaccinazioni obbligatorie di massa e chiusura di scuole per fermare la “pandemia”. Se intendiamo pandemia come una malattia che colpisce tutti i paesi del mondo il termine è appropriato, ma se prendiamo in considerazione il numero di casi mi sembra un po’ presto per parlare di pandemia perché qualsiasi influenza stagionale colpisce un numero di persone decine di volte più alto. Continue reading

“Oops …. me n’è scappato un altro!”

Solo qualche settimana fa avevo chiuso un articolo su questo blog con la frase: “Forse è meglio rinforzare il sistema immunitario perché prima o dopo qualche Frankenstein riuscirà a partorire il tanto atteso virus pandemico.”
Non mi sarei mai aspettato di dover tornare sul tema così presto. Invece oggi ci troviamo in piena emergenza, vera o falsa, di influenza suina. Ieri, 29 aprile, l’OMS ha dichiarato il livello di allarme 5 su 6, cioè grave pericolo di pandemia.
Tuttavia in questa vicenda ci sono varie cose che non quadrano. Continue reading

Oops … mi è scappato il virus

Questi giorni mi è arrivata una notizia di quelle che hanno dell’incredibile, che sembra una di quelle bufale che ogni tanto girano su internet. In effetti aveva tutto l’aspetto di un pesce d’aprile anticipato, non solo per il contenuto che ti rifiuti di credere per il quieto vivere, ma anche per la completa assenza di questa notizia sui mass media, non solo in Italia. Sembra impossibile che non sia apparsa nessuna notizia di un fatto di tale gravità, tra l’altro non successo in Africa, ma in Austria e nella Repubblica Ceca.

Siccome mi piace smascherare le bufale sono andato a cercare notizie a riguardo. Con una ricerca abbastanza generale ho trovato la notizia solo su alcuni siti di controinformazione che generalmente sono i primi a cadere nelle trappole delle bufale ben costruite. Ma siccome volevo essere sicuro ho fatte varie ricerche approfondite e cosi l’ho trovata in qualche giornale di provincia della Repubblica Ceca, dell’Austria e di altri paesi, in un’interrogazione al Parlamento Austriaco e, questo è veramente curioso, nel prestigioso giornale Financial Times, pubblicato dopo un “inspiegabile” calo del valore delle azioni della multinazionale coinvolta. Continue reading

Buono o cattivo?

Nel 2005 gli scienziati australiani Barry Marshall e Robin Warren ricevono il Premio Nobel per aver scoperto nel “lontano” 1982 la “causa” della gastrite e dell’ulcera dello stomaco: il batterio Helicobacter pylori. Fu subito dichiarata guerra a questo terribile nemico che due generazioni fa era ancora presente nel 70% delle persone del mondo industrializzato. La guerra portò a una vittoria schiacciante: il povero batterio è molto sensibile agli antibiotici e oggi nei paesi industrializzati solo circa il 5 % delle persone nate negli anni ’90 è ancora portatore dell’helicobacter. Questo successo era il motivo principale della tardiva assegnazione del Premio Nobel. Continue reading